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20/09/2019

Piaggio Ape hot rod.

Ape "The Hot Stove", il motocarro hot rod di Patrizio Tapparelli.

Ho sempre avuto la passione per le moto, fin da quando ero bambino. E mi sono sempre divertito a fare il meccanico, ma ancor di più il carrozziere. La manualità per sistemare vecchie cose non manca; con mio fratello restauriamo stufe per lavoro, ma ci piace anche lavorare con gli altri materiali, legno, pietra, ferro. Questa dell’Ape Piaggio è una storia recente.

Piaggio Ape hot rod.

Fino a pochi anni fa tenevo una vecchia Vespa del 1961 in soggiorno. La Vespa è stata anche la mia prima motoretta, alla quale ne sono seguite molte altre. All’età di sedici anni, assieme ad alcuni amici, avevamo acquistato una Ape 50 al prezzo di 50 mila Lire. La usavamo a turno, un giorno per ciascuno. Bei tempi passati.

L’anno scorso eravamo a casa di un cliente per eseguire l’installazione di una stufa, e nel cortile sotto una pergola di vite, era parcheggiata un’Ape P501 colore azzurro. Parlando con il proprietario di questa e di quell’altra cosa, siamo finiti inevitabilmente a parlare dell’Ape. Era da un po’ che per curiosità tenevo d’occhio in internet gli annunci di moto in vendita, in particolare proprio quelli delle Api storiche. Fatto sta che ci siamo accordati per l’acquisto. L’idea che avevo in mente era quella di creare un mezzo particolare, qualcosa che si facesse notare, da utilizzare come mezzo pubblicitario della nostra azienda.

L’Ape Piaggio è da sempre il motocarro tre ruote più amato al mondo, uno dei simboli del genio italiano, un mezzo che non passa inosservato. Senza stravolgerne le linee tradizionali, e dopo averci lavorato nei ritagli di tempo delle giornate invernali, è nata The Hot Stove, una customizzazione che si rifà alle linee delle Hot Rod americane anni ’50. Quelle erano autovetture nate per le gare clandestine, auto veloci quanto pericolose. Questo è invece un motocarro lento, che lascia il tempo necessario a farsi guardare ed apprezzare. Allo stesso tempo mantiene la sua inconfondibile funzionalità. La base è l’Ape P501 190cc 2 tempi a miscela. La cabina è stata completamente sverniciata fino ad arrivare alla lamiera grezza, sia fuori che dentro. Anche il telaio è stato tutto sverniciato. Il cassone è stato lasciato grezzo, usato, quasi a voler raccontare la sua storia di fatiche. Quest’Ape era utilizzata tutti i giorni per il lavoro nei campi, a trasportare merci e materiali. All’interno ora spiccano i sedili in pelle color rosso sangue, tipico delle vetture sportive degli anni passati. Non mancano poi i dettagli estetici come l’ammortizzatore anteriore rosso, le ruote rosse con pneumatici a fascia bianca e il logo aziendale sulle portiere. Visto che si trattava di un mezzo usato per il lavoro duro, è stato necessario mettere mano anche a tutta la parte di meccanica. Grazie all’aiuto di un caro amico, il motore è stato completamente revisionato, sostituiti gli ammortizzatori, i giunti della trasmissione, carburatore, impianto elettrico, cavi del cambio, frizione e freni.

Dopo un inverno trascorso in officina e passata la revisione alla motorizzazione, finalmente l’Ape Hot Rod scende in strada. La prima prova da superare è stata quella di carico: sul cassone abbiamo posizionato una cucina a legna Rizzoli del peso di 300 kg e siamo andati a fare la consegna. Prova superata. La seconda prova era invece quella di percorrenza. E perché quindi non portarla fin sulla strada più alta d’Italia? Sì, il Passo dello Stelvio. Per tutte le altre moto 2.758 m sul livello del mare, ma per un’Ape Piaggio vecchiotta sono 275.800 cm guadagnati a fatica uno dopo l’altro, 100 tornanti tra andata e ritorno. L’idea era nata fin dal momento del suo acquisto: volevo fare qualcosa di strano, qualcosa che valga la pena di raccontare. Ed ecco che una domenica mattina di fine agosto, dopo aver caricato due taniche di miscela al 2%, una cassa di attrezzi ben rifornita, colazione e pranzo al sacco, sono partito. Esattamente alle ore 1.00. Ho deciso di viaggiare di notte per non intralciare il traffico, e soprattutto perché volevo arrivare in vetta assieme al sorgere del sole. Dopo 6 lunghe ore di viaggio ad una velocità media dei 30 km all’ora (punta massima 50, salita allo Stelvio ai 10) giungo finalmente in vetta. E con me anche il sole. La vista da lassù, a quell’ora, con il silenzio totale, è qualcosa di unico. Di giorno il Passo dello Stelvio, soprattutto nei mesi estivi, è praticamente una fiera: moto, macchine, biciclette, una quantità di persone e mezzi che si fa fatica anche solo parcheggiare. Io invece ho fatto tutta la salita in solitaria, con il buio prima e con la luce dell’alba poi. La strada vuota, solo il rumore del vento e dei torrenti di montagna (sì, ma con il sottofondo assordante del motore dell'Ape). Tant’è che mi son potuto tranquillamente fermare in mezzo alla strada per scattare qualche foto. L’Ape ha retto benissimo il lungo viaggio fin quassù, ora però ci aspettava il ritorno. Che per un mezzo come questo non è meno impegnativo. Dopo i primi tornanti in discesa sono sorti i primi problemi: ad ogni curva sembrava di passare sopra i sassi. Un qualche problema all’ammortizzatore ed al forcellone anteriore. Sono sceso con molta cautela, a velocità ridotta per la paura di rompere qualcosa, fermandomi spesso per lasciare passare le vetture che nel frattempo avevano incominciato a riempire questa strada di montagna. Dopo sette ore sono giunto finalmente a casa. Tutto è andato fortunatamente bene. Nessuna rottura. 40 litri di miscela consumati. 350 chilometri. Una bella impresa da raccontare.

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